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L'USO DELLA MASCHERA A VENEZIA |
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L’uso generalizzato della maschera (la larva o volto, assieme a bautta e tricorno) agli occhi di Voltaire sembra trasformare Venezia in una città di spettri: "Approdò in una città che non assomigliava in niente a quelle viste fino ad allora. Il mare formava le strade, le case erano costruite sull'acqua. Le poche piazze che adornavano quella città erano popolate da uomini e donne dal doppio viso: quello dato dalla natura, e un volto di cartone che vi applicavano sopra, in modo che il popolo sembrava composto di spettri." (1); ma se al filosofo illuminista ... quella maschera non serve a rappresentare l’altro, il demone, ma rendendo anonimo chi la porta, serve ad accrescere le possibilità del divertimento. Se varie sono le leggi e gli editti della Serenissima Repubblica atti a limitare l'uso della maschera (2), interessante è l'editto del 1776: al fine di proteggere l'onorabilità delle famiglie - visto quello che succedeva nei palchi durante gli spettacoli - introduceva l'obbligo per le dame di indossare a teatro maschera e mantello. Poiché il vero scandalo è legato all'identità del peccatore e non al peccato in sé, la maschera qui ha l'abilità di mettere d'accordo libertini e fustigatori dei costumi. Agli albori del Carnevale nei campi e nelle calli di Venezia qualche riferimento diabolico si ritrova, in particolare con la popolare maschera dei 'Mattaccini', ma sostanzialmente gli antichi demoni sono confinati nel teatro, interpretati dagli attori -allora scomunicati, ma a Venezia più liberi. Le maschere della Commedia dell’Arte: Arlecchino , Brighella , Pulcinella vengono dal Regno dei morti attraverso i loro antenati gli interpreti delle Atellanae e prima ancora da quelli delle commedie greche, fino alle nebulose origini rituali. Il più celebre carattere della Commedia delle Maschere, Arlecchino, deve il suo nome di origine sassone, Hell King (o Erlkoenig), Re dei diavoli, citato anche da Dante Alighieri; la sua prima menzione è in una pagina di Odorico Vitale, monaco inglese del secolo XI, che lo pone a capo di una masnada di diavoli e spettri, la "familia Herlequini". Mentre i Mamutones sardi o i Diavoli rossi dei Caraibi - per citare solo due esempi- hanno potuto preservarsi fissati nell'eternità dell'ultraterreno, grazie all'immutabilità del rito che rappresentavano e rappresentano, una volta che i demoni discendono, o per meglio dire, salgono sulla Terra ed entrano nel Teatro, come tutti i comuni mortali si devono confrontare con una vita ed una fortuna mutevoli.
coincidere per necessità teatrale, altre maschere famose come il Veneziano Pantalone (o Magnifico), lo smargiasso Capitano (sia esso Spaventa o Matamoros, ecc.). Molte maschere, incapaci di adattarsi, si perderanno nell'anonimato in un mondo ormai privo di eroi, altre resisteranno più a lungo ma alla fine finiranno per indossare abiti borghesi, più consoni a rappresentare un Mondo in continua trasformazione. Una sola, Arlecchino, è irriducibile e tutt'ora è uno dei simboli della città e del suo Carnevale, a ricordarci che della vita il demone è pur sempre parte essenziale.
(1) La Principessa di Babilonia, cap. IV) |