LE ORIGINI E IL SENSO DEL CARNEVALE, ANTICA FESTA PAGANA

 

Il termine Carnevale deriva da Carrus Navalis (un carro a forma di nave), utilizzato in molte celebrazioni dell’antichità: dalla festa babilonese dedicata al Dio Marduk, alle celebrazioni in onore di Dioniso nell'antica Grecia, ai Saturnali romani: riti pagani che celebravano il tempo della semina e quindi della rinascita nel grande ciclo della vita che ha caratterizzato le culture antiche ove vita e morte erano percepite come necessarie una all’altra, il continuum della grande ruota del Tempo.

La semina assume un deciso valore simbolico in questa percezione perché il seme da cui dipende la nascita della pianta viene conficcato sottoterra, il luogo degli inferi, ma è nella tradizionale dimora dei morti che nasce il tempo della fertilità e dell’abbondanza.

In quel momento demoni, spettri, sesso e cibo sono elementi che si uniscono e questa percezione creerà un archetipo in grado di influire su molta parte della nostra civiltà ma, per fermarci a quanto ci riguarda, diciamo che sicuramente disegna il carattere della festa che noi oggi chiamiamo Carnevale.

Le peculiarità del Carnevale infatti sono: il ‘lazzo’, cioè lo scherzo o il dispetto anche violento (aspetto demoniaco), l’uso della maschera (gli spettri), la libertà nelle pratiche sessuali (la fertilità), l’eccesso del cibo (l’abbondanza), il sovvertimento dell’ordine costituito (il tempo del dominio degli inferi sul cielo).

Queste antiche caratteristiche faranno sì che nel momento in cui il Carnevale in Europa nasce come festa codificata, legata alle celebrazioni della Quaresima (il tempo in cui l’uomo, libero dalle necessità corporali, può rivolgersi completamente al suo rapporto con la divinità), verrà definito come il mondo “alla rovescia”, il tempo dei folli, rinchiudendo così in uno spazio ben delimitato, da un punto di vista temporale e non comportamentale, il sentire umano legato al corpo, alla sua ‘naturalità’ precedente all’arrivo del “Grande Architetto”, il Dio ordinatore.

L’uomo moderno ponendo al centro della propria filosofia l’individuo (l’unicum), spezza il continuum vita / morte / rinascita che, come abbiamo visto sta alla base del senso delle celebrazioni carnevalesche, ma soprattutto cancella l’immutabile ordine costituito. Per dirla con Brecht il mondo è rappresentabile (pensabile) solo come un mondo modificabile: “il Tempo dei Folli”(*) non esiste più, è diventato il tempo di tutti i giorni. Con l’affermazione del diritto alla libertà e la ricerca della piena affermazione dell’individuo, il problema della libertà dei comportamenti viene affrontato non più attraverso la sua piena - ma delimitata nel tempo - accettazione, ma attraverso la sua possibile integrazione nel ‘normale’ sviluppo dell’individuo e della società. La libertà diventa norma, cioè regola. Sparisce la lunga Quaresima con tutte le sue costrizioni, ma sparisce anche il breve periodo dello scatenamento del Carnevale. Le stesse leggi della vita quotidiana vigono anche nel periodo che fu quello del rovesciamento dell’ordine sociale.

L’antica festa si è però dimostrata vitale e dopo un lungo periodo di sostanziale oscuramento durato il tempo della ‘virtù’ borghesi, della libertà affermata ma proprio per questo rigidamente limitata, ha trovato nuovo slancio proprio a partire dalla rivoluzione sociale e dei costumi iniziata alla fine degli anni sessanta. Proprio perché vi è maggiore libertà, finalmente si può tornare a vivere con pienezza anche il periodo del Carnevale, sia che esso si sia trasformato in una ricca rappresentazione dai contenuti satirici o esplicitamente sessuali, sia che si confini nell’ambito delle scherzi o delle battaglie, ma soprattutto –come dimostra il successo planetario del rinato Carnevale di Venezia- un modo unico nel quale le persone, attraverso l’uso dei costumi e delle maschere, diventano attori di una rappresentazione della vita che –di nuovo- è possibile in un tempo dedicato: non più il tempo dei folli, ma quello della vita sognata, o almeno desiderata.

Fabio Momo.                                     

                     

(*) Nel carro navale dell'antica Babilonia i viaggiatori erano mascherati, a simboleggiare i morti, così come le feste dionisiache si tenevano nel tre giorni in cui le anime dei morti tornavano in città. Il fatto che in epoca medioevale il Carrus Navalis diventi la Nave dei Folli ha una chiara derivazione dall'accezione originale della parola follia: mantice, pieno di vento (matto deriva dal greco màte: cosa vana, vuota), concetti che esprimono la caducità della carne. La Nave dei Folli è la nave dei morti e il Tempo dei Folli non è certo il tempo delle bizzarrie, ma quello di ciò che è mortale (e quindi vitale...).

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